Vincenzo D’Andrea, napoletano, classe ‘94.  “Fervente credente” che la storia è maestra di vita, ha coltivato lo studio di questa come un hobby, soffermandosi soprattutto sulla epoca classica e medievale. Tenendo poi presente l’immagine dell’uroboro, il serpente che si morde la coda, rivede nella storia moderno-contemporanea molti parallelismi con quella antica. 

La passione per la storia presto diventa anche passione per le storie, quelle intime dei personaggi celebri del passato, che lo spingono a domandarsi cosa avesse permesso a Cesare di diventare quell’uomo forte, capace in una cinquantina d’anni di vita di porre le basi per la fine di una repubblica di quasi mezzo millennio e cosa, invece, solo due secoli dopo, aveva ridotto Commodo, figlio del grande Marco Aurelio, in una persona debole e instabile, incapace di ricoprire il suo ruolo.
Questi ed altri quesiti lo hanno spinto a scrivere le sue prime storie durante l’anno della maturità e lo hanno poi portato ad iscriversi alla facoltà di psicologia.
 
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